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Tutto è incominciato agli inizi degli anni ’60 con il “jumbo banana split”, un gelato gigantesco pieno di frutta, panna, cialde e oggettini misteriosi. Poi sono arrivati, progressivamente, striscianti e subdoli, i “milk shake”, gli hamburger e i “tacos”. Quindi è stata la volta della “taramosalata”, dei “dolmadakia”, dello “tsatzichi”, del “lahmacun”. Poi è arrivata la cucina etnica: guai a cadere dalle nuvole di fronte al “tandori” al “chutney” e “raita”, allo “zicchinì”, allo “shish kebap”. Oggi si trova anche nel borgo più sperduto un “ristorante giapponese” che ti propone sushi, sashimi e tempura. Il pesce crudo si è sempre mangiato anche in Italia; chi si è perso i polipetti appena pescati con una goccia di limone si è perso un cibo squisito e salutare. Perché, allora, copiare altre cucine, nate da altre culture, con altri presupposti nutrizionali e con altre materie prime. Noi proponiamo, per il bene del corpo e la gioia del palato, di non abbandonarsi alle mode gastronomiche e di ritrovare la gioia dei nostri buoni piatti italiani, magari un po’ rivisitati con il tocco della nouvelle cuisine e delle esperienze mediterranee. La moda lasciamola ai vestiti
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